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Michele Giocondi, Bestseller italiani: mezzo secolo di libri di successo

Best seller italiani: mezzo secolo di libri di successo (1900-1945) di Michele Giocondi

Best seller italiani: mezzo secolo di libri di successo (1900-1945) di Michele Giocondi

Bestseller italiani. Mezzo secolo di libri di successo (1900-1945) di Michele Giocondi
goWare, 2013, 2,99 €
Reading Life: non ne ho tenuto nota, si legge in un’ora al massimo

«Ma noi proprio di questi vogliamo parlare: degli scrittori che vendevano centinaia di migliaia di copie, che ai loro tempi furoreggiavano nelle classifiche dei bestseller, che facevano sognare i lettori dell’epoca, che erano proprio i nostri nonni o, dato che il pubblico dei lettori era allora prevalentemente femminile, le nostre nonne».

Pubblicato dalla fiorentina goWare (ricordate la nostra intervista a Mario Mancini, fondatore e animatore di questa startup?) l’ebook dello studioso di letteratura italiana Michele Giocondi, Bestseller italiani: mezzo secolo di libri di successo (1900-1945) si rivela utile per chiunque voglia (o debba, penso ai giornalisti e agli studenti) approfondire l’argomento “volumi più venduti in Italia” con un minimo di approfondimento storico.

Per chi vede la fine dei tempi, della letteratura e dei (veri?) lettori – nessuno si ricorda di una vecchia polemica di Citati? Meglio non leggere quei bestseller? – nelle fortune presso il pubblico di un Giorgio Faletti apprendere le storie e i nomi di personaggi oramai persi nell’oblio (Guido da Verona e Arnaldo Fraccaroli solo per dirne due vi dicono nulla?) potrà forse donare loro una comprensione meno emotiva del mercato editoriale attuale.

Se siete già frequentatori di questo blog ricorderete la mia segnalazione di Alte tirature di Vittorio Spinazzola che a differenza della rassegna di Giocondi analizza i bestseller italiani più recenti, tra il 1971 e il 2006; l’argomento è davvero affascinante sia che rimaniamo vicini al nostro tempo sia se torniamo indietro di cento anni e più. Cosa spinge l’italiano (il non lettore per eccellenza secondo autorevoli statistiche) a leggere?

Piluccando qui e là Bestseller italiani ci fa un’idea abbastanza precisa su cosa riscuotesse successo negli anni immediatamente precedenti alla Grande Guerra, ad esempio, “[i] lettori […] non avrebbero certo premiato [“La casa dell’uomo” (1918) di Mario Mariani, ndr], né altri [bestseller], se non fosse stata presente in dosi massicce la componente pornografica“. Viceversa se pensiamo alle classifiche dove domina papa Francesco non è di certo un fenomeno nuovo dato “lo straordinario favore che incontrano i libri religiosi [… che] riescono spesso a raggiungere tirature straordinarie, alla pari dei più diffusi bestseller di varia”, Giocondi sta parlando di “Storia di Cristo” (1921) di Giovanni Papini.

Anche gli scrittori/giornalisti che sembrano spuntare come funghi in questo scorcio di XXI secolo (chi ha detto Gramellini?) nelle prime posizioni di vendita Giocondi ci ricorda che ci sono stati da sempre, anzi, se non erano giornalisti prima gli scrittori lo diventavano. L’uso di comporre trilogie e quadrilogie? Roba antica, tanto che alcuni scrittori di successo come Salvator Gotta (suo il besteseller del 1926: “Piccolo alpino”) ne scrissero svariate consacrandosi come autori seriali, anche qui nulla di nuovo sotto il sole.

Giocondi ha steso per ognuno dei ventitré autori descritti – l’arco temporale va dal 1904 al 1940 – un breve riassunto biografico e bibliografico (compreso della descrizione dello stile, dei personaggi e delle trame), ha trovato sia le copertine dei loro libri sia le tirature che raggiungevano. Curiosità: come nelle antologie scolastiche è presente un brano tratto da ognuno di questi besteller dimenticati – beh, non tutti, ci sono anche le “Sorelle Matarassi” di Palazzeschi. Collegamenti ipertestuali rimandano infine a Wikipedia per chi intenda saperne di più. Prossimo libro di Giocondi nel mirino? I best seller italiani (1861-1946) Mauro Pagliai Editore (sempre in ebook, cercate bene).

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Vanni Santoni HG, Terra Ignota: Risveglio, un affresco fantasy italiano nel quale perdersi

Terra Ignota: Il risveglio di Vanni Santoni HG

Terra Ignota: Risveglio di Vanni Santoni HG

Terra Ignota: Risveglio di Vanni Santoni HG
Mondadori, 2013, 9,99 €
Reading Life: 15 minuti ogni sessione, 5 ore di lettura, 1250 pagine girate, 3.8 media pagine per minuto

«Aveva esplorato ogni paese e imparato la saggezza; visto misteri e conosciuto cose segrete. Era una dei Dodici, e i Dodici erano lei; il Sogno riverberava dall’Imperatrice in lei e nel mondo, e lei stessa dell’Imperatrice era l’occhio e la mano: era, mentre cavalcava, il mondo stesso e lo spazio e il tempo; nel passo del suo cavallo e nella linea del suo sguardo erano ogni orizzonte e strada, e il termine e l’inizio di tutte le storie».

Ho conosciuto Vanni Santoni via email qualche mese fa per lavoro; nel frattempo ho anche avuto modo di leggere la sua narrativa – Personaggi precari (di recente ripubblicato da Voland); Gli interessi in comune; Se fossi fuoco, arderei Firenze –, storie ben congegnate ambientate nel nostro tempo e nel nostro mondo. Non di sola realtà però vive lo scrittore ed ero stato contento di saperlo impegnato in un progetto fantasy sui cui lavorava da anni che avrebbe presto visto la luce per Mondadori nella collana Chrysalide.

“Terra Ignota: Risveglio” – uscito sia in cartaceo sia in ebook a fine settembre, Mondadori me ne ha fatto dono per questa recensione – conferma che i mesi trascorsi da Santoni a documentarsi sul genere, di cui certo da lettore (e da giocatore di GDR) non era a digiuno, non sono stati sprecati. Terra Ignota ci trasporta in un mondo di cui non possediamo la mappa ma impariamo ben presto le regole: siamo in un Medioevo imprecisato, dentro un paesaggio che riconosciamo familiare eppure esotico, dove convivono echi rinascimentali, città invisibili, cavalieri spietati e forze magiche potentissime.

Come nelle migliori tradizioni fantasy quasi da subito parte una “cerca” e il lettore viene trascinato, almeno in questo primo libro della trilogia, nelle avventure di un trio di ragazzini che conosciamo  mentre giocano alla periferia dei regni immaginati da Santoni. Gli eventi tuttavia precipitano presto: perché il Cerchio d’Acciaio ha distrutto la comunità del Villaggio Alto? Che fine hanno fatto Breu e Vevisa? Sarà Ailis, la ragazza sfuggita al massacro, che si assumerà il compito di entrare nel mondo (e noi con lei) per cercare i suoi amici e andare incontro, forse, al suo destino.

Lo stile di Santoni ci prende per mano sin dalle prime battute e ci conduce sicuro fino a una conclusione non conclusione che lascerà il lettore ormai avvinto in attesa dei seguiti – siamo di fronte a tutto tranne che a un libro autoconclusivo; assiteremo già in “Terra Ignota: Risveglio” a eventi straordinari ma siamo in fondo solo ai primi livelli, fossimo in un videogioco, o nelle stanze del foyer di un castello affrescato che avrebbe bisogno di molto più che mille pagine (questo primo episodio ne ha “solo” 324) per essere sviluppato a dovere.

Perché dovresti fidarvi di questo giudizio positivo? Perché ho giocato a D&D anch’io – oltre che a Magic – e quando incontro un dungeon master che le storie le sa narrare devo riconoscerlo; perché leggo narrativa fantasy (più fumetti e graphic novel, va da sé) da una ventina d’anni e finalmente un mio coetaneo (Santoni è del 1978, il sottoscritto del 1980) ha divorato e rielaborato l’immaginario fantastico proprio di una generazione vissuta a fumetti della Granata Press, cartoni animati, Dragon Lance, Final Fantasy e i videogiochi di Fumito Ueda solo per citarne alcuni e l’ha fermato sulla carta in un progetto narrativo coerente. Non pensate che sia facile.

Santoni-Lucca2013

Grazie a Mondadori sono poi riuscito a parlare della trilogia con l’autore in persona (in alto nella foto) insieme ad altri blogger e Alan D. Altieri nei giorni di Lucca Comics 2013 in una tavola rotonda in piazza Antelminelli coordinata per l’occasione da un personaggio che il fantasy non lo legge, eFFe.

Ho potuto così chiedergli le ragioni di un’assenza significativa sia nel libro sia nell’ebook… non c’è la mappa! È proprio una terra “incognita” quella di Santoni. Ci ha detto che non è presente perché 1) così ha evitato un cliché 2) persino Tolkien ebbe i suoi problemi con le cartine – leggere per credere The History of The Hobbit di John Rateliff – 3) ritiene che siano molto potenti, pure troppo, nella creazione dell’immaginario da parte del lettore e ha preferito lasciarlo libero da qualsiasi condizionamento.

Altri temi che sono stati dibattuti: i nomi presenti in Terra Ignota. Non credete che siano stati scelti a caso! Ogni personaggio o luogo, potremmo arrivare a dire anche le costruzioni di intere frasi, ha una denominazione esatta (o mascherata) che rimanda ai temi che muoiono e rinascono in ogni libro fantasy che si rispetti; si torna sempre al mito, dall’epopea mesopotamica alle narrazioni indiane, dal ciclo arturiano alla letteratura fantastica e non degli ultimi secoli. Tanta erudizione – colta dal lettore più smaliziato – rafforza la trama senza spezzarla.

Ancora, per capire “come nasce” un fantasy: l’episodio del Jörmungandr che il lettore incontrerà solcando i mari di Terra Ignota è balzata alla mente di Santoni durante le feste natalizie 2010/2011 quando gli regalarono un volume della serie definitiva di Sandman a firma di Neil Gaiman; impossibile resistere alla tentazione di scrivere al volo quella scena per poi costruirci intorno il resto della storia (influenzato in questo dalla modalità di scrittura collettiva sperimentata in un’altra opera coordinata da Santoni: In territorio nemico).

Siamo però di fronte a un pastiche fantasy come suggerito da eFFe? Un romanzo costruito per accumulo di stereotipi del fantastico? No, soprattutto perché la vicenda che coinvolge le quattro protagoniste femminili – Ailis, Brigid, Lorlei e Morigan – (bene sottolinearla questa caratteristica, come fa Andrea Curreli in un suo post-intervista a Santoni su spettacoli.tiscali.it, sono le donne a portare avanti la storia di Terra Ignota sebbene comprimari maschili ben tratteggiati non manchino, Val su tutti) si legge a prescindere dagli omaggi e dalle strizzatine d’occhio. Si è “risvegliato” un altro mondo, quello di terra Ignota; non vedo l’ora di vedere come lo trasformeranno i suoi personaggi e i suoi lettori.

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Pier Luca Santoro, L’edicola del futuro, il futuro delle edicole, che fine farà la carta stampata?

L'edicola del futuro di Pier Luca Santoro

L’edicola del futuro di Pier Luca Santoro

L’edicola del futuro, il futuro delle edicole di Pier Luca Santoro
Informant, 2013, 2,99 €
Reading Life: 14 minuti ogni sessione, 1.2 ore di lettura, 224 pagine girate, 3.2 media pagine per minuto

«Anche le edicole sopravviveranno se, partendo dall’informatizzazione, saranno un centro di prodotti ma anche di servizi a valore aggiunto per le persone e per gli editori».

Pubblicato da InformAnt (“Fatti e Dati che meritano una storia” recita il loro slogan), un editore nativo digitale con quattordici ebook a catalogo (luglio 2012 – ottobre 2013), L’edicola del futuro di Pier Luca Santoro è la breve disamina di una figura invero del tutto trascurata dal lettore italiano, l’edicolante; o meglio, più che trascurata talmente fatta propria dall’immaginario collettivo che a volte pare che l’edicola all’angolo – specie se abitate nel Milanese, a Roma o in Emilia-Romagna –  sia una sorta di presenza immutabile e stabile nel panorama delle nostre città, ci facciamo caso solo quando chiudono e dal 2005 ad oggi hanno “tirato giù la cler” ben 12.000 edicole su 43.000.

Ho “conosciuto” Pier Luca Santoro – esperto di marketing, comunicazione & sales intelligence – da appena una settimana, mi ha fatto piacere leggere l’appello scritto sul suo blog “Festival Internazionale del Giornalismo: Stay On Top” a favore della continuazione dell’International Journalism Festival di Arianna Ciccone e Chris Potter. Essere pro qualcosa in Italia è molto più importante che essere contro quindi ho voluto anche acquistare un suo scritto per conoscerlo meglio, il suo saggio breve poi ha punti di contatto con l’editoria libraria, argomento che mi interessa, quindi poteva e può esseremi utile, non mi ha infatti deluso. Sappiamo davvero come “funziona” un edicola? Difficile a meno che non ci lavoriamo.

“Le edicole, contrariamente agli altri esercizi commerciali, non scelgono cosa acquistare e in quale quantità” basta questa frase de “L’edicola del futuro” per giustificare la spesa sostenuta per acquistare questo ebook, almeno, a me è bastata. Partiamo da qui e pensiamo alla nostra edicola di riferimento, a quanto essa si sia riempita negli anni di ogni genere di prodotto quando centocinquanta anni fa ci trovavi solo i giornali; fare l’edicolante è davvero diventato complicato (oltre che molto faticoso, lavorano 80 ore a settimana) e allora insieme ai difetti congeniti del sistema distributivo dell’informazione cartacea in Italia come fare per aiutare il giornalaio? Santoro propugna con forza l’informatizzazione delle edicole, un gestionale integrato efficace potrebbe sgravare l’attività quotidiana di migliaia di lavoratori, esiste? Ancora no.

“La necessità di ripensare le relazioni tra le diverse fasi della catena del valore” è fondamentale per l’autore che ritrova nel canale di vendita (le edicole) il vero fattore di forza sul quale gli editori italiani dovrebbero puntare, obbiettivo arduo nel nostro paese dove tra l’altro gli editori più grandi posseggono di fatto anche la maggioranza del sistema distributivo dell’informazione stamapata; Santoro vorrebbe disintermediare questo rapporto e far dialogare direttamente le edicole del futuro con gli editori spaventati dalla digitalizzazione. È paradossale del resto che gli editori sappiano nel XXI secolo “poco o nulla di quel che avviene quando il loro prodotto [esce] dalle rotative [e] viene caricato sul camion”. Eppure è così, la carta stampata si estinguerà (e le edicole con lei) nel lungo periodo se non rinnoverà le sue modalità di approccio al lettore, che non sono scrive Santoro la stampa on-demand in due minuti del tuo quotidiano che pure si sta sperimentando.

In chiusura dell’ebook mi ha molto colpito infine l’intervista a un “edicolante visionario”di Terni, Massimo Ciarulli che afferma: “Un edicola con meno paccottiglia […] potrebbe destinare i suoi spazi per esempio a un’editoria libraria di piccolo prezzo, tipo Oscar, tipo libri a mille lire. Si presta molto meglio l’edicola della libreria per veicolare questo genere di libri a basso prezzo”. Secondo dati Demoskopea del 2002 (cit. “Rapporto sulla piccola e media editoria in Italia” di G. Peresseon) dieci anni fa esistevano 4000 librerie propriamente dette più 4500 edicole/librerie… se anche le restanti 28.500 avessero venduto libri oltre che giornali non sarebbe stato un vantaggio per la cultura nel nostro paese oltre che per l’industria editoriale? Non siamo ancora in tempo per ripensare al ruolo delle edicole come presidio culturale e democratico?

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Richard Brautigan, Una donna senza fortuna, fondamentalmente odio viaggiare

Una donna senza fortuna di Richard Brautigan

Una donna senza fortuna di Richard Brautigan

Una donna senza fortuna di Richard Brautigan
Traduzione di Enrico Monti
ISBN Edizioni, 2012, 8,99€ (preso in offerta a 0,99€)
Reading Life: 15 minuti ogni sessione, 3.4 ore di lettura, 269 pagine girate, 1.4 media pagine per minuto

«Sono rimasto a fissare il telefono, tradito ancora una volta da questo strano strumento così staccatto dalla natura. Non ho mai visto niente in natura che assomigli a un telefono. Nuvole, fiori, rocce, non ce n’è uno che assomigli a un telefono».

Ricordo ancora come ho scoperto gli Smiths, è stato per merito di un compagno di università più grande di me, simpatico, una conoscenza durata lo spazio di un corso; un pomeriggio dopo lezione da Ricordi (forse? o un altro megastore di musica di Milano), «Davvero non hai mai sentito “The Queen Is Dead”?», comprato, ascoltato mille volte, ora tra i miei album preferiti di sempre. Con Brautigan uguale, un tweet di una lettrice di cui mi fido ma che non ho visto che due volte a Milano, un veloce giro sul sito di ISBN Edizioni e paf, adesso dello stesso autore ho comprato anche L’aborto: una storia romanticaPesca alla trota in America; certo la promozione permanente (?) su questi tre ebook dei ragazzi di via Conca del Naviglio aiuta (tra tutti e tre ho speso meno di una birra media, cinque euro).

“Una donna senza fortuna” è uno scritto che è stato prima un quaderno di 160 pagine acquistato per 2,50 dollari in una libreria giapponese il 30 gennaio 1982, giorno in cui l’autore, deciso a non arrivare ai cinquanta e, ahinoi, c’è riuscito complice un colpo di pistola, compiva 47 anni. Nonostante Brautigan si dichiari sin da subito un pessimo viaggiatore il suo quaderno lo ha accompagnato per sette mesi di peregrinazioni tra le Hawaii e il Montana, quindi potreste amarlo come quaderno di viaggio, tuttavia arrivati in fondo, consci del fatto che probabilmente così come è stato scritto questo testo ci è arrivato – “Una donna senza fortuna” è stato pubblicato postumo in francese (!) nel 1994 – penso converrete con me che un proiettile di 44 Magnum nel 1984 ci ha privato di uno scrittore di talento, uno di quelli che dici, ah, se si fosse impegnato davvero…

Le invenzioni di Brautigan, le immagini che riesce a proiettarti nella mente con la sua prosa, ancora di più se pensiamo che la sua inventiva non paga dazio a nulla che sia posteriore agli anni Ottanta per forza di cose, le ho trovate fenomenali; certo, sono anche concetti e ragionamenti di uno scrittore che proprio a suo agio con se stesso non doveva stare, testimonianza di un “approccio obliquo e grottesco alla realtà” scrive nell’introduzione il suo traduttore italiano Enrico Monti (su lettera.com trovate una sua intervista a firma di Marco Montanaro) che spiazza e diverte prima e rende malinconici poi. Ad accompagnare tanta fantasia le questioni basilari del cuore semplice dell’autore – l’incontro con una donna, il conoscersi, l’amarsi, il lasciarsi – che non poteva “permettersi il lusso di una vita sentimentale complicata”.

In “Una donna senza fortuna” troverete palazzi in fiamme e un cimitero giapponese alle Hawaii, sull’isola di Maui, e i prati e temporali del Montana dalle parti del Parco di Yellowstone, una Chicago dove era meglio non parlare dei susini in fiore a febbraio a San Francisco, riscoprirete una California che è entrata nel mito, quella dove si spegnavano gli eco della controcultura hippie e iniziava la californication. Ci sono tanti ricordi e molto alcol, anche lacrime e personaggi fragili che si aiutano l’un l’altro, o muoiono come la donna del titolo. E adesso sono davvero curioso di leggere altro di questo autore semplice ma non semplice che Einaudi prima e Marcos y Marcos poi non hanno avuto fortuna a lanciare nel nostro paese, chissà che ISBN Edizioni non abbia indovinato il momento giusto.

Decidete voi, io Brautigan non lo mollo più, anche nel malaugurato caso non mi piacessero tutte le sue opere precedenti rimarrebbe “Una donna senza fortuna” ad accompagnare una bella giornata di sole. Avrete capito, se vi prenderà questo ebook, se ve ne innamorerete come è capitato a me, rimpiangerete che quel quaderno da pochi dollari sia stato riempito così in fretta, se arriverete davvero in fondo saprete quante delle 28 righe utili Brautigan ha usato davvero per scrivere questo testo, quanto avesse ancora da dire – e di come abbia fatto comunque benissimo, non bene, a descriverci tempeste che non arrivavano mai o ragnetti intraprendenti – e quanto invece fosse stanco per passarci idealmente il testimone e dirci: Ascolta, l’ultima riga non la uso, usala tu.

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Eraldo Affinati, Elogio del ripetente, in cerca dei tamburini che si sono smarriti

Elogio del ripetente di Eraldo Affinati

Elogio del ripetente di Eraldo Affinati

Elogio del ripetente di Eraldo Affinati
Mondadori, 2013, 4,99 €
Reading Life: 36 minuti ogni sessione, 1.8 ore di lettura, 218 pagine girate, 2.0 pagine al minuto

«Per riuscire a creare la concentrazione in un quindicenne demotivato, la cui autostima è pari allo zero, bisogna realizzare una piccola impresa. Innumerevoli sono le sconfitte. Però ci sono anche le vittorie: quelle che nessuno vede, da cui nascono i cittadini del futuro».

In quanti hanno raccontato la scuola del nostro Paese? In tanti, sin dall’Unità di Italia ora che mi ci fate pensare. Allora perché leggere un’ennesima riflessione? Non ce ne sono già abbastanza? Non hai letto Starnone e Mastrocola ecc.? Lo ammetto, ero diffidente, avvicinarmi a questo ebook di Eraldo Affinati non è stato semplice, poi non ho mai amato i ripetenti mentre sin dal titolo l’autore chiarisce come a lui stiano simpatici: “Tuttavia già allora [all’inizio della sua carriera come professore, ndr] mi sentivo spinto verso i più negligenti”.

Eppure ogni epoca ha un modo diverso di raccontare quel che accade nelle aule scolastiche e se a farlo è una buona penna come quella di Affinati non c’è che da goderne. “Oggi i ragazzi sono lasciati nel vuoto dialettico, privi di ostacoli da superare. I loro insegnanti restano gli unici ormai a doverli richiamare ai valori della serietà, del rigore e della concentrazione in una società che punta sulla bellezza, sulla sanità [sic! ndr] e sulla ricchezza”, scrive Affinati, l’eterno lamento della classe insegnante? Non proprio, la fotografia impietosa di uno stato di fatto, probabilmente.

L’autore del resto non è indulgente neppure verso la sua categoria se afferma che “troppo spesso i ragazzi hanno di fronte individui eternamente giovani, i quali si illudono di poter ancora cambiare. Ecco perché insegnare significa viaggiare nel tempo: fuori e dentro se stessi”.  Chi sono allora i ripetenti? I punti più sensibili di un’epidermide – il nostro Paese in divenire – che sa di essere lacerata, che distrugge se stessa emarginando i più deboli invece di integrarli, e non parliamo solo degli insegnanti che gettano la spugna ma anche dei compagni di classe che li lasciano andare a fondo.

I ripetenti, scrive Affinati, non sono né stupidi né sprovveduti, hanno anzi “una sorprendente capacità di autoanalisi” dei loro comportamenti autolesionistici; i perdenti manifesti – perché è facile intuire dalle riflessioni dell’autore che l’immensa massa dei perdenti occulti, i mediocri, sia per lui ben più preoccupante – sfoggiano di fronte a chi chiede loro le ragioni di un due o un banco rovesciato “[…] un sorriso irripetibile di stupore e meraviglia. Se io fossi capace di decifrarlo, potrei anche fare a meno di scrivere questo libro, perché dentro le mie parole ci sarebbe tutto lo spirito del ripetente”.

Se nella scuola di un Paese puoi riconoscerci una nazione intera è inutile interrogarsi tanto su “cosa sia accaduto nella testa degli scolari, grandi e piccoli” perché “non si sa. […] Noi rimbocchiamoci le maniche e mettiamoci al lavoro. Lo stanno facendo in tanti in questo Paese malato, non solo a scuola, anche se non vengono illuminati dalla luce dei riflettori”. Volete una ragione per leggere Elogio del ripetente? Ve ne do una, è un testo ottimista anche se parla del sistema educativo italiano. Poi magari potrete non essere d’accordo con le tesi di Affinati ma quel di cui abbiamo bsogno oggi è costruire, partendo amgari da chi non ce l’ha fatta la prima volta.

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John E. Williams, Stoner, era se stesso e sapeva cosa era stato

Stoner di John E. Williams

Stoner di John E. Williams

Stoner di John E. Williams
Traduzione di Stefano Tummolini
Fazi Editore, 2012, 6,99 €
Reading Life: 16 minuti ogni sessione, 5 ore di lettura, 1110 pagine girate, 3.7 media pagine per minuto

«Spietatamente, vide la sua vita come doveva apparire agli occhi un altro. Fondamentalmente, con calma, realizzò che doveva sembrare un vero fallimento».

Arrivo ben ultimo a cantare le lodi di Stoner, la storia di John E. Williams che Fazi Editore ha portato all’attenzione del lettore italiano nella traduzione di Stefano Tummolini (trovate un’intervista alla voce italiana di Stoner qui: lostraordinario.blogspot.it); se è vero com’è vero che incontrare di persona l’autore di un’opera amata si rivela spesso deludente avrei corso volentieri il rischio nel caso di Wlliams – ahimè, scomparso nel 1994 – per domandargli… come diavolo c’è riuscito? Come è riuscito a rendere indimenticabile una vita ordinaria?

“Stoner” non è infatti un thriller, un libro di avventure, o la biografia di uno sportivo ricca di eventi – non a caso richiamo lo stupendo “Open” pubblicato da Einaudi; il ghostwriter di Agassi, J.R. Moehringer, ha lo stesso dono di Williams nel rendere accattivante una vita in questo caso non dedicata allo studio ma allo sport – ma la storia di William Stoner (1891-1956), ricercatore e insegnante di Letteratura inglese presso l’Università del Missouri. Mi accorgo di scrivere di Stoner quasi sia stato “reale” e non il personaggio inventato da uno scrittore, questo per darvi un’idea di che razza di talento avesse John E. Williams nel narrare storie.

Anche le sparute recensioni negative a “Stoner” rendono omaggio a Williams, in genere esprimono perplessi il quesito: “Che interesse avevi caro scrittore di farmi perdere allegria e tempo? Di raccontarmi la vita di un fallito? Le vicende di un personaggio che non fa altro che subire la Vita e la Storia, sia nella felicità sia nelle disillusioni?” Anche a me non piacciono i drammi e preferisco ricercare nella letteratura e nelle storie che leggo la gioia e la bellezza; la bellezza nella storia di Wiliams risiede nella tecnica di scrittura, la gioia nel messaggio positivo che nonostante tutto credo vi sia in questo libro.

La ricerca di senso, l’amore e l’amicizia se non riuscite a vederli in “Stoner” probabilmente vi dimostreranno una volta per tutte che siete abbastanza disillusi della vostra esistenza, mi auguro che non siate sotto i trenta, invece questi tre elementi nella storia di Williams ci sono e gridano forti, dallo schermo di un ebook reader o da una pagina di carta poco importa, che l’essere qui e ora ha importanza e che le vite di noi tutti – anche quelle apparentemente più insignificanti – non si devono arrendere al cinismo.

Oltre a questo il lettore attento troverà anche cinquant’anni di storia degli Stati Uniti d’America pennellati ad acquerello – la Grande Depressione, le due guerre mondiali, il boom degli anni Cinquanta – il che non guasta. Può darsi che abbia equivocato “Stoner”, che i concetti espressi nel paragrafo sopra non siano passati neppure per la testa di Williams, eppure questa storia, come scrive anche Peter Cameron nella postfazione, sono sicuro che la rileggerò ancora, perché non è un esercizio di bravura e non è una scrittura a perdere ma potrà solo arricchirvi se vorrete ascoltarla.

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Danilo Masotti, Ci meritiamo tutto, quando il gheim over della crisi non significa la fine

Ci meritiamo tutto di Danilo Masotti

Ci meritiamo tutto di Danilo Masotti

Ci meritiamo tutto. Nessuno pensava che sarebbe finita così di Danilo Masotti
Edizioni Pendragon, 2012, 2,99 €
Reading Life: 16 minuti ogni sessione, 2.5 ore di lettura, 1020 pagine girate

«”Dove c’è gente che lavora, per avere un mese all’anno di ferie” cantava Battiato nel 1983 e quelle parole suonavano alle mie orecchie come qualcosa di sbagliato, un’elemosina di tempo libero da giocarsi al meglio».

Se ho ben capito è in promozione tutto il mese l’ebook di Danilo Masotti che complice una soffiata su Twitter mi sono ritrovato a leggere durante un sereno fine settimana in poco meno di tre ore. Due ore e mezzo per la precisione in cui mi sono anche divertito a leggere le avventure bolognesi pre-crisi di Mario Zanardi, il disincantato protagonista di questo breve romanzo, quando gli italiani avevano come unica preoccupazione se la nazionale avrebbe vinto o meno i Mondiali e l’azienda Nulla Spa® ancora non sapeva di essere destinata a chiudere di lì a poco.

Del resto, come afferma il protagonista: “Ammesso che fosse arrivata sul serio la crisi, cosa cambiava a me e al mio quotidiano?”; la descrizione dei cinque giorni nei quali il trentenne ragioner Zanardi è costretto per guadagnare lo stipendio ogni fine mese a rimanere ostaggio della sua azienda fino alle “sei piemme” fa rabbrividire. Non c’è scampo a un impiego che nei fatti significa interagire con esseri umani che non si frequenterebbero altrimenti (i colleghi) e a non vivere (?) per nove ore, o meglio a vivere come uomini liberi solo nel fine settimana o nelle canoniche tre settimane di ferie estive.

Solo la fantasia e i ricordi permettono dietro a una scrivania di rimanere fedeli per una intera giornata improduttiva (quella del terziario avanzato) a quella speciale forma di ipocrisia che consente ai personaggi di “Ci meritiamo tutto” di convivere alla Nulla Spa®  mantenendo una parvenza di civile convivenza. Trucco che ogni tanto Masotti, come nei film Fight Club (espressamente citato) o in Wanted, smaschera dando libero sfogo alle descrizioni di violenze immaginarie tra colleghi: “Trac. Sai che sballo?! Trac. Sai che bello? Sangue che si attacca alla resina delle sedie bianche…” ecc.

Un’ultra violenza spassosa sempre che amiate il genere e un cinismo radicale pervadono tutto il romanzo a ben guardare, insieme a una sensazione di noia e disgusto per il contemporaneo – perché nonostante la crisi l’Italia che Masotti descrive, una certa Italia, non è minimamente mutata, siamo fermi in un presente storico che non accenna a cambiare – analizzate però come sotto anestesia, perché  Zanardi, anche se non ne avrebbe bisogno per essere critico e disincantato, nasconde un segreto che abilmente Masotti descrive in modo molto toccante solo verso la fine.

Ci meritiamo tutto mi è piaciuto perché parte dal 2011 per farci riflettere sul 2006 (che coincide come abbiamo detto anche con il presente, se la vostra vita nel frattempo non è cambiata in nulla) anche se ha forse il difetto di presentare una realtà nella quale sono del tutto assenti i riferimenti a forme di “salvezza” per l’individuo che non siano quelle di una rivendicazione totale della libertà individuale, fatta eccezione se si vuole all’amore che però il single quarantenne Zanardi non ha più: “Non lo so, è difficile da spiegare, ma da quando dicono sia arrivata la crisi mi sento vivo”. E voi?

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Riccardo Luna, Cambiamo tutto! Sogni di un tecno utopista o esempi pratici per cambiare questo paese?

Cambiamo tutto! di Riccardo Luna

Cambiamo tutto! di Riccardo Luna

Cambiamo tutto! La rivoluzione degli innovatori di Riccardo Luna
Editori Laterza, marzo 2013, 5,99 €
Reading Life: 18 minuti ogni sessione, 2.1 ore di lettura, 328 pagine girate

«Ovvero, come cambia la Scienza al tempo di Internet? Come cambia, se facciamo incontrare gli scienziati con i valori guida della cultura digitale: la trasparenza, la partecipazione e la collaborazione? Come cambia se portiamo in laboratorio quella voglia a volte irrazionale di provarci comunque che è tipica degli startupper, quella predisposizione al fai-da-te che abbiamo scoperto negli artigiani digitali? È evidente,: cambia tutto».

Solo a scorrere l’indice di Cambiamo tutto! – Startupper, Maker, Dreamer, Civic hacker, Biopunk, iSchool – di Riccardo Luna, ex direttore di “Wired”,  giornalista di “la Repubblica”, tra i promotori della candidatura di Internet al premio Nobel per la Pace si intuisce perché, come dice pure il sottotitolo, quelli che vogliono cambiare il mondo non aspettano, lo fanno e soprattutto adottano un immaginario e una lingua che si allontanano dalla “provincia Italia” e abbracciano il mondo, il mondo interconnesso in cui viviamo, che percepiamo tale, e probabilmente è, in questo XXI secolo.

Tuttavia sebbene termini inglesi ed esempi provenienti dall’estero abbondino nel libro di Luna non lasciatevi ingannare, questo saggio vuole convincere noi italiani che cambiare si può, è possibile ripartire, mentre politici vecchi e nuovi parlano e i governi fanno melina (oppure illudono e poi non mantegono su temi fondamentali come la ricerca e l’innovazione), che il futuro non è una questione di fibra ottica ma di fibra morale, quell’anima d’acciaio che c’è dentro gli imprenditori italiani piccoli e grandi che dice loro; fai, produci, inventa soluzioni ai problemi e non arrenderti.

Se siete convinti di avere una buona idea non potrete non rimanere entusiasti delle storie narrate da Luna, che è il primo a mettersi in gioco raccontando sia i suoi successi sia i suoi fallimenti; oggi, come ai tempi di Edison, “l’unico vero fallimento di cui si può essere accusati è non averci provato fino in fondo”, anzi “prima fallisci e meglio è, perché così troverai prima la soluzione e avrai successo”. Bisogna innovare senza permesso afferma Luna e il web ci dà una grossa mano in questo, se c’è un consuetudine italiana che dobbiamo dimenticare è quella di sbattere la porta in faccia al futuro.

Ritorniamo all’indice: Startupper (creano posti di lavoro non tradizionali e non smettono mai di farlo), Maker (c’è una trasformazione in corso e ci sono dei nuovi artigiani là fuori che sanno tenere insieme tradizione e innovazione), Dreamer (chamateli se volete innovatori sociali e iniziate a pensare che i soldi non sono tutto), Civic hacker (sarà il popolo, anche attraverso il web, ad aiutare chi ci governa a farlo meglio), Biopunk (da un’idea al laboratorio fatto in casa fino a scoperte clamorose il passo è breve), iSchool (la rivoluzione non aspetta appalti, decreti o finanziamenti). Vi ho incuriosito?

Cambiamo tutto! sostiene “attraverso storie reali […] che è in atto una rivoluzione pacifica e fin troppo silenziosa che passa attraverso l’innovazione e che investe il modo di studiare, di fare scienza, di fare impresa, di creare lavoro e di lavorare, di produrre valore e di consumare” (sì sono le categorie che ho richiamato anche sopra). Forse un modo diverso di fare politica, grazie anche alla cultura digitale. Potete credere alle tesi (e agli esempi) di Luna oppure no – a me hanno instillato ottimismo – in ogni caso non tenetela vostra opinione per voi, condividetela su www.cambiamotutto.it.

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Vincenzo Latronico, La mentalità dell’alveare, in un futuro che potrebbe essere nero

La mentalità dell'alveare di Vincenzo Latronico

La mentalità dell’alveare di Vincenzo Latronico

La mentalità dell’alveare di Vincenzo Latronico
Bompiani 2013, 4,99 € (acquistato in promozione a 0,99 €)
Reading Life: 2.1 ore di lettura, 41 minuti ogni sessione, 277 pagine girate.

«Pensarono entrambi, senza dirselo, di aver ritrovato quella cosa perduta – o meglio, di averne forse trovato un’altra, che le somigliava in tutto fuorché nella nuova consapevolezza di quanto necessitasse di cure e di sforzi, di quanto fosse fragile quello che avevano».

Mi piace la scrittura di Latronico. Ho già letto in ebook Ginnastica e rivoluzione, La cospirazione delle colombe e ho comprato qualche settimana fa anche Narciso nelle colonie edito da Humboldt Books/Quodlibet che potremmo definire “cartaco e cosciente d’esserlo” (cit. Federico Novaro), una reazione dell’industria editoriale all’aggressione dell’elettronica, un libro di viaggio molto curato difficile da pensare in digitale se non come una app.

Viceversa mi pare difficile pensare a “La mentalità dell’aveare”, apparso settimana scorsa nella collana AsSaggi di Bompiani, in una forma diversa da quella dell’ebook, come afferma Latronico è un “libro [che] è stato scritto di getto in seguito alle elezioni politiche del febbraio 2013” e allora questo “pamphlet di intervento politico in forma narrativa” come lo chiama lui ha forse più ragione di essere in bit che su cellulosa, proprio per rispondere a una urgenza cui il Web ci sta abituando.

In un futuro che potrebbe essere il nostro ma non lo è (ancora?) assistiamo grazie a un narratore onnisciente alla vita di una coppia, Leonardo Negri e Camilla Ottolenghi, dal loro primo incontro all’ultimo sullo sfondo di una Milano tratteggiata al solito con maestria da Latronico. Da subito e come negli altri suoi romanzi il senso dell’inevitabilità degli eventi è asfissiante. Saranno le contraddizioni latenti presenti nella giovane coppia – lui ricercatore in Storia delle dottrine economiche, lei attivista (pardon “cittadina-eletta”) in carriera appartenente alla Rete dei Volenterosi (RdV) presso il Consiglio comunale meneghino – a portarla all’ineluttabile finale.

Tra personaggi che non riescono a prendersi cura l’uno dell’altro – sebbene ne abbiano l’intenzione, vedi anche le figure secondarie ma non per questo meno importanti di Filippo Barbarelli e Alice Terracina o Miranda Spinelli e Alban Berati  – si infila infatti come un cuneo la velocità con la quale il Web può schiacciare e sovvertire la vita sociale degli individui, che si esprime comunque nella politica dato che altri orizzonti nel testo non se ne vedono. La “democrazia di Internet” sembra dirci Latronico non è tanto distante dal tramutarsi nel Terrore instaurato da Robespierre 240 anni fa (certo non muore nessuno a differenza di allora).

L’efficacia dell’intreccio, almeno a mio giudizio – sarà che mi affeziono ai personaggi e tifo per loro nonostante il loro autore! –, pone in secondo piano il parallelo palese tra la Rete dei Volenterosi di Pino Calabrò e il Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo perché le dinamiche interne – avanzamenti, espulsioni ecc. – riconducibili ai partiti tradizionali, sebbene molto più lente, credo siano del tutto simili a quelle che agitano i nuovi movimenti. L’ingenuità di Leonardo Negri intorno alla quale ruota la storia vale a dire sarebbe stata “punita” in anni diversi anche in sistemi differenti, spero di essermi spiegato.

Vi risparmio la fatica di cercare altri pareri sulla storia narrata da Latronico, almeno quelli usciti fino ad ora:
“Il vero pericolo per Grillo è il canto di sirena del Polo Rodotà” di Marianna Rizzini, “Il Foglio” 20/05/2013
“‘Ma il Web rischia di essere un alveare popolato da servi'” di Luigi Mascheroni (intervista all’autore), “il Giornale” 19/05/2013
“Grillo e la mentalità dell’alveare” di Stefano Feltri, “Il Fatto Quotidiano” 18/05/2013
“L’incubo di Grillo al governo (in un romanzo)” di Luca Mastrantonio, “Il Corriere della Sera” (Blog Solferino 28 anni) 16/05/2013

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Amitav Ghosh, Il cromosoma Calcutta, se esiste io lo devo trovare, credo di averne bisogno più di te

Il cromosoma Calcutta di Amitav Ghosh

Il cromosoma Calcutta di Amitav Ghosh

Il cromosoma Calcutta di Amitav Ghosh
Neri Pozza, prima edizione in ebook febbraio 2011, 9,99 €
Traduzione di Anna Nadotti
Reading Life: 24 minuti ogni sessione, 4.1 ore di lettura, 587 pagine girate.

«”Cosa daresti per una cosa del genere, Ant: una tecnologia che ti permette di migliorare te stesso nella prossima reincarnazione? Credi che una cosa del genere potrebbe valere una piccola parte del tuo fondo pensione?”».

Un romanzo di febbre, delirio e scoperta, afferma il sottotitolo e ci prende in pieno. È il primo Ghosh che leggo (mi pare di capire che poi si diventa affezionati lettori), annata 1995, comprato in ebook su Bookrepublic perché a credere alle librerie on-line non è che sia fuori catalogo… ma praticamente lo è*. Strano destino per un autore su cui credeva Einaudi (primo editore di Ghosh in Italia) e per una storia così intrigante che per anni Salvatores ha accarezzato l’idea – ora pare abbandonata – di farci un film. È anche la ragione per cui l’ho letto en passant, in digitale perché di carta non si trova.

Dicevamo che “Il cromosoma Calcutta” è stato pubblicato quasi vent’anni fa e nel 1997 è stato insignito del Premio Arthur C. Clarke come migliore romanzo di fantascienza britannico (dell’anno prima). Nel romanzo si intrecciano più piani temporali, e se avete già letto questo blog saprete che storie simili mi piacciono (chi ha detto “Cloud Atlas”? Esatto), quindi mi basterà dirvi che da un futuro imprecisato ambientato a New York rimbalziamo a fine Ottocento in India e poi alla fine del Novecento, più di preciso a Calcutta, via via che la storia si dipana. I protagonisti sono egiziani, indiani e inglesi.

Assistiamo alla ricerca dell’egiziano Antar di Marugan, un dipendente americano di origine indiana scomparso a metà anni Novanta, appartenente come lui a un’organizzazione chiamata Life Watch, ora parte dell’International Water Council (IWC). L’indagine avviene a New York senza che Antar si debba muovere, attaverso un sistema computerizzato molto avanzato chiamato AVA/II. Marugan è svanito nel nulla a Calcutta dove aveva intenzione di approfondire le sue ricerche su Sir Ronald Ross, che vinse il Nobel nel 1902 per aver compreso i meccanismi con i quali si trasmette la malaria.

Questa è la parte di trama comprensibile; poi inizia il “viaggio”, ovvero quello dove non si capisce più se Marugan sia fuori di testa o meno a credere che le scoperte di Ross siano state in qualche modo pilotate, quelle dove ci si interroga su chi sia Antar e per quali motivi stia cercando Marugan e poi ancora ci sono almeno due storie di fantasmi con tanto di riti sacrificali e allucinazioni che possono portarti molto vicino a perdere la vita, uno scrittore, un’attrice e una giornalista in cerca della verità e forse qualcuno che ha capito come sfuggire alla morte tramite una particolare forma di reincarnazione…

O forse no, forse è tutto un delirio febbricitante. Magari siamo anche noi vittime di “un esperimento che può funzionare soltanto se le sue motivazioni restano assolutamente imperscrutabili per noi, ignote come una malattia”. Avrete capito che o ne uscirete deliziati – perché Ghosh scrive davvero bene e ti trasporta dove vuole con una facilità estrema, anche nel pieno di Calcutta con i suoi colori, i suoi odori e le sue caste – o indispettiti perché la parte metafisica della vicenda non verrà affatto svelata nel finale. Potrete solo interrogarvi come ho fatto io se tutti i pezzi del puzzle sono andati al loro posto.

* Ringrazio Neri Pozza che attraverso Twitter il 14 maggio 2013 mi avvisa che “Il cromosoma Calcutta” è attualmente in ristampa. E già che ci sono anche @giovannifanfoni che a margine della conversazione tra il sottoscritto e la casa editrice scrive a proposito dell’opera di Ghosh: “Storia straordinaria che riesce a rendere appassionante la ricerca sulla malaria, letto anni fa lo rileggerò”.

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